Il soffitto, finemente intonacato, era quasi accarezzato dal rametto più
alto del sontuoso abete, che da un secolo a questa parte, era diventato un
parente strettissimo e irrinunciabile, d’una festa tanto sospirata. Le luci
prodotte dalla fiamma, danzante sul suo palcoscenico, scoppiettante, l’antico
caminetto; produceva riflessi, che simpatizzando con la penombra, della stanza,
esaltavano l’effetto colorato dei tanti monili, antichi; che la mia famiglia
era solita utilizzare, per addobbare l’antico albero.
Si era soliti, nei giorni che precedevano la grande festa, raccogliersi intorno
al tepore irradiato dalla danza magica prodotta sui legni secchi e, osservando
uno degli antichi addobbi, si soleva trasmettere agli altri attraverso un
racconto improvvisato il sentimento che il magico paramento aveva scoccato nei
nostri cuori.
Fu ventitré anni fa che la mia fantasia ci trasportò a Vele di Vento.
Tra i tanti mondi, le tante realtà che ho conosciuto, Vele di Vento è forse
stato
il luogo che più m’ ha turbato nelle notti di bambino. La mitica città affonda
i suoi millenari artigli nelle profondità d’un deserto. E’ un incrocio di
strade, asfaltate e non, dove macchine futuristiche, ai limiti del concepibile,
superano lussuose carrozze in stile vittoriano, a bordo delle quali nobili
dandy si coprono il naso con ricamati fazzoletti per il puzzo che emanano
taluni quartieri o per l’allergia che il pelo degli splendidi sauri potrebbe
provocare alle pelli bianche come maschere di cera inespressiva che indossano.
Macchine d’ogni sorta e fattura sbuffano vapore, ad ogni movimento dei loro
meccanismi, librandosi in un cielo in cui l’alternarsi di sole e luna non
rispetta alcuna legge astronomica.
Vele di Vento è difficile da descrivere a parole, è una zona dell’universo
senza spazio e senza tempo, una stella incontaminata dell’infinito dove
convergono tutte le energie, tutte le possibilità, tutte le speranze ed i
sogni.
La città delle città trasuda disordine e caos e un’ alito d’entropia l’
avvolge.
Bambini corrono urlando, nei cortili consunti dall’acqua dei panni stesi ormai
da tempo immemore, vecchi si trascinano su bastoni ricurvi nei vicoli oscuri,
fagotti variopinti dormono sotto cumuli di giornali anche nelle notti più
fredde e fontane prosciugate irrompono sfarzosamente da giardini pensili.
Mercati risuonano di urla di venditori e di viandanti vittime della magia
compiuta su di loro da abili tagliaborse.
Labirinti di vie in cui si è trascinati da una folla variopinta di esseri, la
cui inespressività è dovuta alle sottili maschere bianche e lisce, scompaiono
per ricomparire in altri quartieri, in altre baronie.
Il popolo di Vele di Vento vaga brulicando come un fiume impazzito, matto senza
meta e senza sogni.
Alberi, alti più delle guglie di ibridi palazzi architettonicamente moderni ma
costruiti con materiali vetusti, si librano verso l’alto. Costruzioni antiche
di cristallo splendente si stagliano sfidando il cielo plumbeo. Gruppi di villaggi,
conglomerati di case di paglia e argilla rinforzate dall’esterno da assi di
legno contorte e travi d’acciaio brunito e corroso dalla ruggine, sono sempre
osservati da fiabeschi manieri arroccati su promontori inespugnabili. E’ questo
l’aspetto d’una città spinta nell’universo dalla propria follia.
Mi trovai spesso a camminare sulla sabbia, che circonda da ogni dove quella
aliena presenza che sembra nutrirsi della fantasia dei propri abitanti. Quel
coagularsi mutevole di vite. A volte, girandomi verso quella fonte di energia
ebbi l’impressione che ella stessa mi osservasse mentre vomitava, verso il
cielo, alte colonne di fumo nero da monumentali ciminiere dalla pelle d’edera e
muschio.
Fu nel deserto che lo incontrai, il saggio che non di materia era fatto, ma di
parola scritta da tempo. Nonostante le mie domande fossero fatte nel presente
lui rispondeva dal passato.
Si presentò a me come un libro affondato per metà nella sabbia. Si presentò a
me come parola scritta.
Lessi il saggio:
“Il deserto di Vele di Vento è formato da tanti granelli, e, ogni granello
rappresenta un sogno una speranza, ancora sopiti nel cuore delle creature che
popolano il tempo e lo spazio al confine infinito dell’universo”. Poi l’
inchiostro continuò a riempire pagine ingiallite dal tempo:
“Gli abitanti di questa città sono privi della speranza che i loro sogni si
possano realizzare e vagano in processione, compiendo sempre gli stessi
alienanti gesti, rendendosi prigionieri d’una condanna che scontano, pur
essendo liberi.
Indossano quelle maschere inespressive che gli impediscono di parlare, ma solo
di respirare, mute ombre di ciò che furono. Essi respirano tutti la stessa
aria, sentono tutti le stesse emozioni,vedono tutti le stesse immagini, uguali
vanno, girando sempre nella stessa direzione.Essi vivono fuori dalla loro
realtà in un limbo che li annichilisce, disprezzati dalla consapevolezza d’aver
fallito. Vele di Vento sarà inghiottita dal deserto che i suoi abitanti hanno
nutrito rinunciando ai loro sogni, alle loro speranze”
Improvvisamente lessi uno sbuffo che aveva in se la stanchezza e l’abitudine di
chi non si sorprende ormai più di nulla:”Uffa! Sono stufo di vagare in questa
immensa spiaggia senza mare! Tu non ci crederai, ragazzo, ma in un tempo
immemorabile questo deserto era una lussureggiante foresta abitata da ogni
specie di creatura sia in estate che in inverno. Già, l’inverno con la neve che
imbiancava le immense foreste di conifere e i tetti e le torri e Vele di Vento
era la capitale d’un regno fatato e magico ed i suoi abitanti erano allegri e
gioviali con tutti i forestieri che approdavano qui sulla nave dei propri
sogni. Nel regno ogni abitante poteva dare sfogo alla propria, individuale
creatività, ma di questo ormai è rimasto solo più il volto grottesco in cui ti
sei imbattuto giungendo fino a me. Le costruzioni che hai veduto rappresentano
monumenti d’un tempo che fu ma si stanno sgretolando perché tutta la città sta
somigliando ad un castello di sabbia secca che ha perso l’umidità della vita”.
È essenziale perché tu capisca cosa fummo e cosa siamo che io ti doni un alito
della mia energia, andrai in una realtà parallela e vedrai Vele di Vento nel
suo massimo splendore, fulgida in un giorno qualunque, un giorno che per te
sarà come il più bello dell’anno: il giorno dei giorni quello che aspetti
sospirando, ma anche, purtroppo, quello che passa come una carrozza che và di
gran carriera.
Sentii un formicolio impossessarsi delle mie membra, come quando si sta per
troppo tempo in una posizione che impedisce al sangue di fluire nelle vene e
sembra d’essere stati privati dei propri arti. Cominciai a diventare
trasparente, tanto da vedere attraverso me stesso. Le cellule del mio corpo
iniziarono a percorrere strane traiettorie come fossero accelerate da un immenso
sincrotrone.
Mi svegliai in groppa ad un animale strano, avrei giurato fosse un cavallo ma
mi pareva di legno e ferro, e ciò che gli usciva in pressione dalle grosse
narici mi sembrava vapore.
Facevamo gincane a velocità folli tra gli alberi carichi di palle colorate con
tutte le sfumature dell’arcobaleno più scintillante che avessi mai veduto.
Dalle colline lussureggianti e innevate e dal folto della foresta si unirono a
me altre creature, è difficile descrivere la moltitudine di variopinte
differenze tra loro, perché non c’è fantasia che possa dare un’idea di quel
fiume di diversità bizzarra e spaventosa che allo stesso tempo li accomunava e
divideva in un simpatico coro di colori e voci grottesche.
La cosa che più mi colpì mentre il mio illogico destriero galoppava verso la
fine di quella magica foresta fu che per quanto diversi fossimo, tutti ci
muovevamo verso l’orizzonte.
Arrivammo ad un abete altissimo e riccamente ornato, tutti ci fermammo, io per
primo e gli abitanti di Vele di Vento dietro di me.
Una voce uscì metallica dal tronco millenario:”Diavolo d’un ragazzo”
disse:”Grazie per aver fatto rivivere ancora la speranza negli abitanti del mio
regno, la vostra corsa verso le inimmaginabili bellezze che hai visto, ha dato
loro amore e forza di esistere. Anche l’opera d’arte più bella non è nulla
senza qualcuno che la osservi, e la canzone più melodiosa è silenzio senza
nessuno che la ascolti. La mia città è ormai condannata, ma voglio farti un
dono prima che tu torni alla tua realtà. Dall’albero cadde su un letto di
soffice neve una grossa palla dal colore azzurro con sfumature bianche e color
fragola, questo monile ti rammenterà negli anni che verranno del nostro
incontro e dell’aiuto che hai dato al mio popolo nel tentare di ritrovare
ognuno la propria personalità per il raggiungimento di un bene comune”.
Dette queste ultime parole lo splendore che mi circondava iniziò a girare
vorticosamente, fino a non riuscire più a distinguere i colori che assunsero
tutti la tonalità della neve.
Mi svegliai osservato da sguardi increduli e radiosi, i miei famigliari mi
dissero che mentre raccontavo la mia storia mi addormentai e che nonostante gli
sforzi per risvegliarmi, pareva che il mio corpo non volesse reagire.
Poi, con voce suadente mio nonno mi guardò dritto negli occhi e mi chiese da
quale degli addobbi presi spunto per raccontare la mia storia; io guardai
l’abete in tutta la sua imponenza, e scorsi tra i rami una grossa palla mezza
nascosta colorata di blu, con sfumature bianche e color fragola e gliela
indicai con l’indice.
Lui mi guardò con occhi pieni di malinconia e disse:”Non se la cavano molto
bene, vero?” e io risposi:” No, penso che Vele di Vento sia stata per sempre
inghiottita dal deserto delle sue speranze perse”.
:o!
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