giovedì 28 dicembre 2017

ONE NIGHT IN KAWASAKI

Un morbido letto accoglie il mio corpo in una stanza all'ottavo piano di un nuovo hotel di Kawasaki, sono stanco, il viaggio è sempre estenuante ma tutte le volte che arrivo qui sono sempre incredulo dentro di me: "Sono proprio qui? Davvero?".
L'idea di essere riuscito nella mia vita a raggiungere il Giappone mi dà sempre da pensare, mi fa fare dei viaggi nel tempo, viaggi dentro di me con un treno che corre forte fluttua tra i miei pensieri, senza ...


binari, e si sposta tra presente e passato per poi aprirsi sul futuro.
E qui, in Giappone, i treni sono formidabili, ce ne sono di tutti i tipi: sopraelevati, di superficie, sotterranei e poi gli "Shinkansen", i treni proiettile, tra qualche anno quelli a propulsione magnetica saranno, in certi casi, più comodi degli aerei.
Quando penso al Giappone, il mio treno interiore mi trasporta subito nel passato, la mia infanzia, i mitici anni '80: E via di Mazinga, Goldrake, Candy Candy e tanti altri amici che hanno popolato la mia fantasia.
Qui, spesso, ci si sente sul set di un film come Blade Runner, per dire il più famoso, si sente un odore di tecnologia che si sposa con la tradizione generando una creatura ibrida, anacronistica ma assai affascinante.
Un vento gelido soffia da nord mentre cammino per le strade affollate, le insegne luminose mi abbagliano, scritte ovunque richiamano la mia attenzione, come se una creatura senziente fosse l'anima di questa città, come se desiderasse assorbirmi tra le sue labirintiche interiora.





(One Night in Kawasaki)
"Non dimenticare il volto di tuo padre Roland" S.K.
Osservo Kawasaki nella notte, lo sguardo attraversa il vetro di questa finestra mentre una musica rilassante percore il corridoio alle mie spalle e si insinua nella mente.
Spifferi di vento attraversano gli stipiti, mi sfiorano il volto come le dita di una mano invisibile che vuole richiamare l'attenzione su un punto dell'orizzone buio e lontano che vedo solo nelle profondità del mio io....
Strade illuminate, incroci e solchi che finiscono e ripartono senza tregua e si snodano in superficie e sottoterra, sono come le rughe sul volto di un vecchio, sono come le rughe sul tuo volto.
Forse questo paese mi attrae perchè so che lo avresti amato, qui avresti trovato l'incarnazione dei tuoi ideali, dei tuoi insegnamenti.
Se l'uomo giusto è come l'onda del mare che apre i flutti impavida e investe la costa col suo abbraccio avvolgente, tu sei stato come uno Tsunami, nel mio cuore, mi hai sommerso di te e poi ti sei ritirato.
Quanto è pesante, a volte, la maschera che si è costretti a portare? Sorridere è duro quando vorresti urlare il tuo dolore, ma pensando a te, a come eri coriaceo fino all'ultimo non posso che cercare di allontanare dalla mente la pena che ogni tanto mi assale.
Mi trovo in strada, una strada aliena, straniera, sono disorientato ma ogni luogo può diventare "casa" se lo si sovrappone ai ricordi del cuore e lo si fa divenire parte di noi. Perchè "casa" vive in noi.
Mi fermo ad un semaforo, una musica dolcemente inizia a diffondersi nell'aria intorno a me, sono distratto, ma un segnale acustico mi avvisa che il semaforo è verde: Kawasaki potrebbe essere percorsa in ogni punto a occhi chiusi perchè è dotata ovunque di infrastrutture per persone non vedenti.



lunedì 15 dicembre 2014

Alyss la fata del Natale

Dietro quelle colline che paiono guarnite di glassa e canditi, circondato da una foresta di cioccolato e menta: un villaggio, come nella più antica delle tradizioni fiabesche, si estendeva all’ombra di un castello, arroccato su uno spuntone di roccia, affacciato su un mare dal penetrante odore di pino esaltato dall’aria fredda di una giornata invernale; prossima al Natale.
Le case, la chiesa, il monastero e il castello erano costruiti in pietra come nella più antica  delle tradizioni ma, in questo periodo dell’anno, nella fantasia dei bambini, parevano di zucchero, come quelle miniature che guarniscono certi panettoni, per intenderci.
Fuori dalle mura del villaggio, al limitare della foresta, in una radura, stava il laboratorio di un artigiano, era un uomo anziano con un’ inseparabile pipa sempre pronta a fare capolino dalla folta barba bianca;  era solito sbuffare vaporose nuvole di fumo, soprattutto mentre lavorava, provocando le ire e la tosse del nipote Albert che lo aiutava come garzone tuttofare.
Oltre all’aiuto nel laboratorio, Albert era un gran lettore e amava passeggiare nella foresta, osservare le creature del bosco e appuntarsi le idee e le intuizioni per le sue opere. La sera, fino ad ora tarda,  scriveva le sceneggiature per delle opere che avevano come personaggi delle marionette costruite dal nonno.
Il periodo natalizio era uno dei più critici dell’anno:  gli spettacoli che Albert e suo nonno mettevano in scena al villaggio, tutti i pomeriggi, erano sempre meno popolari e il pubblico si era ridotto drasticamente. Il Natale era, un brutto affare per i due artisti.
Una sera, mentre Albert si trovava nella foresta a raccogliere legna, venne sorpreso da una tempesta di neve così abbandonò il suo carico dove avrebbe potuto ritrovarlo e si mise a camminare in direzione di casa. Anche se aveva perso il senso dell’orientamento e la foresta stava diventando sempre più fitta e scura cercò di farsi coraggio.
Si sentiva perso nel buio e nel freddo quando una voce si fece spazio tra i suoi pensieri, una voce che vibrava tra i pini e giungeva a lui sussurrando il suo nome, materializzandosi nella mente come un sentiero di note nel fitto buio chiuso ormai sopra di lui.
Albert subito imboccò quel sentiero immaginario; quando da lontano vide le luci del laboratorio del nonno si sentì leggero come una piuma e quasi non si accorse della giovane di fronte a lui che lo osservava con un gioioso sorriso ed un aspetto bizzarro.
“Mi chiamo Alyss e vorrei darvi una mano nella preparazione del prossimo spettacolo”.
Disse la ragazza dai capelli a spazzola, come se avesse letto nella mente di Albert la domanda che le avrebbe posto.
Albert era come ammaliato da quella giovane, era come se intorno a lei brillasse una luce speciale, come una magia, una di quelle magie che solo il Natale può materializzare. Così i due entrarono in casa e Alyss iniziò a spiegare ad Albert e a suo nonno come avrebbero diretto il prossimo spettacolo.
Per quasi una settimana i tre lavorarono al loro progetto, realizzando anche dei volantini che attaccarono per le vie del villaggio; nei volantini la compagnia di artisti invitava tutti gli abitanti ad assistere alla prima che si sarebbe svolta nella piazza centrale alla vigilia di Natale.
La notizia dell’uscita del nuovo spettacolo arrivò presto alle orecchie del Re e della Regina i quali decisero, per infondere al castello un clima ancora più festoso e per intrattenere i propri figli nell’attesa dello scoccare della mezzanotte, di ospitare nella sala grande la prima dello spettacolo di Albert e suo nonno.
Il Re inviò dei cavalieri a portare l’invito  al laboratorio. Quella sera i tre artisti fecero una grande festa e brindarono alla buona riuscita dello spettacolo che si sarebbe svolto cercando di esorcizzare il più possibile il timore che ci assale quando ci apprestiamo a fare qualcosa di veramente importante per le nostre vite.
L’indomani, Albert, Alyss e il nonno caricarono tutto il materiale necessario per lo spettacolo su un vecchio carrozzone di legno che non era mai più stato utilizzato da quando il nonno aveva smesso di dirigere il circo nomade che lo aveva reso famoso in gioventù. Si diressero poi verso il castello slanciato verso un azzurro cielo mattutino.
La grande sala del castello aveva un aspetto magico, era completamente decorata di nastri rossi, luci, stelle e scritte natalizie ed era stata preparata per accogliere tutti i bimbi del villaggio ma anche i loro genitori e i loro piccoli animali, se ne avevano. In un angolo stava un immenso abete carico di ogni genere di decorazione natalizia, palle di natale, dolci, bambole, orsetti e una brillante stella cometa che sfiorava il soffitto.
Per lo svolgimento dello spettacolo era stato adibito un palcoscenico che i tre artisti arricchirono con le sceneggiature costruite da Albert e dal nonno secondo le indicazioni di Alyss.
La sera arrivò veloce e la sala era piena di bambini erano molto agitati perché di lì a poco ci sarebbe stata la consegna dei regali, ed i genitori riuscivano a stento a contenerli, però quando le luci si abbassarono per dare il via allo spettacolo nella sala piombò un silenzio inaspettato e tutti si concentrarono su Alyss che aveva la parte della voce narrante.
Poi, quando entrarono in scena le marionette, tutto il pubblico restò di sasso vedendo che si muovevano senza fili e parlava quasi fossero esseri viventi, anzi erano esseri viventi perché la vita era stata loro infusa dalla magia di Alyss.

Quando lo spettacolo finì tutti parteciparono al cenone di Natale, per il quale erano state allestite lunghe tavolate cariche di ogni genere di prelibatezza, di colori e di gusti. Quando giunse la mezzanotte tutti si addormentarono  e al loro risveglio, sotto il grande abete erano riposti mucchi di regali che avrebbero fatto felici tutti almeno fino al prossimo Natale…

venerdì 4 aprile 2014

Là fuori.... nell'universo

Da sempre mi sono domandato qual è il motivo, lo scopo della nostra esistenza e dell’esistenza della realtà che ci circonda; spesso quando penso alla vita all’immensamente piccolo e all’indefinitamente grande che è tutto intorno a noi la mia mente inizia ad immaginare quali potrebbero essere le nostre origini e lo scopo della nostra presenza nell' universo infinito.
L’universo pare, infatti, non avere confini e l’eco di quella esplosione che ha dato luogo alla materia come noi la intendiamo ancora si propaga nello spazio profondo dopo miliardi di eoni.
L’universo è vivo, milioni di miliardi di soli si muovono percorrendo le loro orbite e un numero ancora più mastodontico di pianeti affollano la via lattea e tutte le altre galassie. I pianeti potrebbero essere immensi deserti di sabbia rovente circondati da atmosfere venefiche o rocce ricoperte di una spessa coltre ghiacciata di milioni di anni oppure, potrebbero essere adatti alla germinazione della vita: pianeti interamente ricoperti da una fitta jungla di piante e rampicanti, o con la superficie completamente ricoperta di acqua o di ghiaccio. Oltre alle piante potrebbero esserci organismi animali, insetti, pesci simili a quelli che siamo abituati a conoscere o completamente diversi per via dell’adattamento ad un ambiente diverso, un ambiente alieno. D’altra parte potrebbero essere pianeti che in un lontano passato hanno ospitato la vita ma che poi, per via di qualche colossale cataclisma come ad esempio l’impatto con un asteroide, si sono spenti in deserti di morte ma che nel loro ventre potrebbero contenere tesori archeologici e minerari di inenarrabile valore. Potrebbe essere una buona notizia sapere che altro petrolio è disponibile, dato che il nostro si sta’ esaurendo ma è probabile che se mai arriveremo a trovare il petrolio su un altro pianeta non ci servirà a nulla e anzi saremo stupiti di come i nostri antenati potessero fondare la loro intera civiltà industriale sulla raffinazione di una sostanza così rivoltante.
L’universo è quindi un oceano, un oceano che attende di essere navigato. Da sempre l’uomo, inteso come creatura dotata di un’intelligenza tale da poter essere cosciente della propria esistenza e di domandarsi quindi il motivo della stessa, è stato spaventato dall’ignoto e al tempo stesso è stato attirato verso di esso come da un forte campo magnetico. Le  creature intelligenti che abitano i meandri dell’universo dovrebbero condividere con la razza umana non solo la chimica e la struttura atomica ma anche, in un certo senso, quella fiamma che brucia dentro e spinge a voler conoscere la verità attraverso quei sensi che nel caso della nostra macchina biologica sono cinque.

sabato 9 marzo 2013

SABBIA di NEVE

Il soffitto, finemente intonacato, era quasi accarezzato dal rametto più alto del sontuoso abete, che da un secolo a questa parte, era diventato un parente strettissimo e irrinunciabile, d’una festa tanto sospirata. Le luci prodotte dalla fiamma, danzante sul suo palcoscenico, scoppiettante, l’antico caminetto; produceva riflessi, che simpatizzando con la penombra, della stanza, esaltavano l’effetto colorato dei tanti monili, antichi; che la mia famiglia era solita utilizzare, per addobbare l’antico albero.
Si era soliti, nei giorni che precedevano la grande festa, raccogliersi intorno al tepore irradiato dalla danza magica prodotta sui legni secchi e, osservando uno degli antichi addobbi, si soleva trasmettere agli altri attraverso un racconto improvvisato il sentimento che il magico paramento aveva scoccato nei nostri cuori.
Fu ventitré anni fa che la mia fantasia ci trasportò a Vele di Vento.
Tra i tanti mondi, le tante realtà che ho conosciuto, Vele di Vento è forse stato
il luogo che più m’ ha turbato nelle notti di bambino. La mitica città affonda i suoi millenari artigli nelle profondità d’un deserto. E’ un incrocio di strade, asfaltate e non, dove macchine futuristiche, ai limiti del concepibile, superano lussuose carrozze in stile vittoriano, a bordo delle quali nobili dandy si coprono il naso con ricamati fazzoletti per il puzzo che emanano taluni quartieri o per l’allergia che il pelo degli splendidi sauri potrebbe provocare alle pelli bianche come maschere di cera inespressiva che indossano.
Macchine d’ogni sorta e fattura sbuffano vapore, ad ogni movimento dei loro meccanismi, librandosi in un cielo in cui l’alternarsi di sole e luna non rispetta alcuna legge astronomica.
Vele di Vento è difficile da descrivere a parole, è una zona dell’universo senza spazio e senza tempo, una stella incontaminata dell’infinito dove convergono tutte le energie, tutte le possibilità, tutte le speranze ed i sogni.
La città delle città trasuda disordine e caos e un’ alito d’entropia l’ avvolge.
Bambini corrono urlando, nei cortili consunti dall’acqua dei panni stesi ormai da tempo immemore, vecchi si trascinano su bastoni ricurvi nei vicoli oscuri, fagotti variopinti dormono sotto cumuli di giornali anche nelle notti più fredde e fontane prosciugate irrompono sfarzosamente da giardini pensili.
Mercati risuonano di urla di venditori e di viandanti vittime della magia compiuta su di loro da abili tagliaborse.
Labirinti di vie in cui si è trascinati da una folla variopinta di esseri, la cui inespressività è dovuta alle sottili maschere bianche e lisce, scompaiono per ricomparire in altri quartieri, in altre baronie.
Il popolo di Vele di Vento vaga brulicando come un fiume impazzito, matto senza meta e senza sogni.
Alberi, alti più delle guglie di ibridi palazzi architettonicamente moderni ma costruiti con materiali vetusti, si librano verso l’alto. Costruzioni antiche di cristallo splendente si stagliano sfidando il cielo plumbeo. Gruppi di villaggi, conglomerati di case di paglia e argilla rinforzate dall’esterno da assi di legno contorte e travi d’acciaio brunito e corroso dalla ruggine, sono sempre osservati da fiabeschi manieri arroccati su promontori inespugnabili. E’ questo l’aspetto d’una città spinta nell’universo dalla propria follia.
Mi trovai spesso a camminare sulla sabbia, che circonda da ogni dove quella aliena presenza che sembra nutrirsi della fantasia dei propri abitanti. Quel coagularsi mutevole di vite. A volte, girandomi verso quella fonte di energia ebbi l’impressione che ella stessa mi osservasse mentre vomitava, verso il cielo, alte colonne di fumo nero da monumentali ciminiere dalla pelle d’edera e muschio.
Fu nel deserto che lo incontrai, il saggio che non di materia era fatto, ma di parola scritta da tempo. Nonostante le mie domande fossero fatte nel presente lui rispondeva dal passato.
Si presentò a me come un libro affondato per metà nella sabbia. Si presentò a me come parola scritta.
Lessi il saggio:
“Il deserto di Vele di Vento è formato da tanti granelli, e, ogni granello rappresenta un sogno una speranza, ancora sopiti nel cuore delle creature che popolano il tempo e lo spazio al confine infinito dell’universo”. Poi l’ inchiostro continuò a riempire pagine ingiallite dal tempo:
“Gli abitanti di questa città sono privi della speranza che i loro sogni si possano realizzare e vagano in processione, compiendo sempre gli stessi alienanti gesti, rendendosi prigionieri d’una condanna che scontano, pur essendo liberi.
Indossano quelle maschere inespressive che gli impediscono di parlare, ma solo di respirare, mute ombre di ciò che furono. Essi respirano tutti la stessa aria, sentono tutti le stesse emozioni,vedono tutti le stesse immagini, uguali vanno, girando sempre nella stessa direzione.Essi vivono fuori dalla loro realtà in un limbo che li annichilisce, disprezzati dalla consapevolezza d’aver fallito. Vele di Vento sarà inghiottita dal deserto che i suoi abitanti hanno nutrito rinunciando ai loro sogni, alle loro speranze”
Improvvisamente lessi uno sbuffo che aveva in se la stanchezza e l’abitudine di chi non si sorprende ormai più di nulla:”Uffa! Sono stufo di vagare in questa immensa spiaggia senza mare! Tu non ci crederai, ragazzo, ma in un tempo immemorabile questo deserto era una lussureggiante foresta abitata da ogni specie di creatura sia in estate che in inverno. Già, l’inverno con la neve che imbiancava le immense foreste di conifere e i tetti e le torri e Vele di Vento era la capitale d’un regno fatato e magico ed i suoi abitanti erano allegri e gioviali con tutti i forestieri che approdavano qui sulla nave dei propri sogni. Nel regno ogni abitante poteva dare sfogo alla propria, individuale creatività, ma di questo ormai è rimasto solo più il volto grottesco in cui ti sei imbattuto giungendo fino a me. Le costruzioni che hai veduto rappresentano monumenti d’un tempo che fu ma si stanno sgretolando perché tutta la città sta somigliando ad un castello di sabbia secca che ha perso l’umidità della vita”.
È essenziale perché tu capisca cosa fummo e cosa siamo che io ti doni un alito della mia energia, andrai in una realtà parallela e vedrai Vele di Vento nel suo massimo splendore, fulgida in un giorno qualunque, un giorno che per te sarà come il più bello dell’anno: il giorno dei giorni quello che aspetti sospirando, ma anche, purtroppo, quello che passa come una carrozza che và di gran carriera.
Sentii un formicolio impossessarsi delle mie membra, come quando si sta per troppo tempo in una posizione che impedisce al sangue di fluire nelle vene e sembra d’essere stati privati dei propri arti. Cominciai a diventare trasparente, tanto da vedere attraverso me stesso. Le cellule del mio corpo iniziarono a percorrere strane traiettorie come fossero accelerate da un immenso sincrotrone.
Mi svegliai in groppa ad un animale strano, avrei giurato fosse un cavallo ma mi pareva di legno e ferro, e ciò che gli usciva in pressione dalle grosse narici mi sembrava vapore.
Facevamo gincane a velocità folli tra gli alberi carichi di palle colorate con tutte le sfumature dell’arcobaleno più scintillante che avessi mai veduto.
Dalle colline lussureggianti e innevate e dal folto della foresta si unirono a me altre creature, è difficile descrivere la moltitudine di variopinte differenze tra loro, perché non c’è fantasia che possa dare un’idea di quel fiume di diversità bizzarra e spaventosa che allo stesso tempo li accomunava e divideva in un simpatico coro di colori e voci grottesche.
La cosa che più mi colpì mentre il mio illogico destriero galoppava verso la fine di quella magica foresta fu che per quanto diversi fossimo, tutti ci muovevamo verso l’orizzonte.
Arrivammo ad un abete altissimo e riccamente ornato, tutti ci fermammo, io per primo e gli abitanti di Vele di Vento dietro di me.
Una voce uscì metallica dal tronco millenario:”Diavolo d’un ragazzo” disse:”Grazie per aver fatto rivivere ancora la speranza negli abitanti del mio regno, la vostra corsa verso le inimmaginabili bellezze che hai visto, ha dato loro amore e forza di esistere. Anche l’opera d’arte più bella non è nulla senza qualcuno che la osservi, e la canzone più melodiosa è silenzio senza nessuno che la ascolti. La mia città è ormai condannata, ma voglio farti un dono prima che tu torni alla tua realtà. Dall’albero cadde su un letto di soffice neve una grossa palla dal colore azzurro con sfumature bianche e color fragola, questo monile ti rammenterà negli anni che verranno del nostro incontro e dell’aiuto che hai dato al mio popolo nel tentare di ritrovare ognuno la propria personalità per il raggiungimento di un bene comune”.
Dette queste ultime parole lo splendore che mi circondava iniziò a girare vorticosamente, fino a non riuscire più a distinguere i colori che assunsero tutti la tonalità della neve.
Mi svegliai osservato da sguardi increduli e radiosi, i miei famigliari mi dissero che mentre raccontavo la mia storia mi addormentai e che nonostante gli sforzi per risvegliarmi, pareva che il mio corpo non volesse reagire.
Poi, con voce suadente mio nonno mi guardò dritto negli occhi e mi chiese da quale degli addobbi presi spunto per raccontare la mia storia; io guardai l’abete in tutta la sua imponenza, e scorsi tra i rami una grossa palla mezza nascosta colorata di blu, con sfumature bianche e color fragola e gliela indicai con l’indice.
Lui mi guardò con occhi pieni di malinconia e disse:”Non se la cavano molto bene, vero?” e io risposi:” No, penso che Vele di Vento sia stata per sempre inghiottita dal deserto delle sue speranze perse”.

giovedì 7 marzo 2013

Nessun Dove di Neil Gaiman

Nessun Dove di Neil Gaiman
Una vita “normale”, un impiego, degli amici, una fidanzata, fanno da sfondo alla vita di Richard Mayehew.
Una sera mentre Richard si sta recando ad un incontro organizzato da Jessica, la sua fidanzata, incontra Porta una ragazza in difficoltà e decide di aiutarla.
Dal momento in cui Richard entra in contatto con Porta inizia a vivere delle avventure che si moltiplicheranno sensibilmente durante la caduta in una spirale di avvenimenti che costelleranno per tutto il romanzo il suo percorso verso quello che rappresenta il punto di svolta della sua esistenza.
Richard incontrerà individui bizzarri come il Marchese de Charabas, in cui certamente cultori di opere come “Watchmen” di Alan Moore e Dave Gibbons potranno riconoscere “Il Comico” oppure figuri oscuri, inquietanti e senza età come Mister Croup e Mister Valdemar e ancora popoli interi nascosti tra le fogne di una Londra in una dimensione ormai dimenticata, creature molto al di là dei confini della concezione “convenzionale della realtà” e oggetti che sembrano venuti da qualche racconto Cyberpunk di William Gibson.
Richard vivrà l'avventura per potersi riappropriare della sua vita ma quando ciò accadrà egli si renderà conto che quella vita fa parte ormai del suo passato: la vita di un Richard Mayhew “anonimo” ormai mutato da bruco in farfalla.
Forse, quando si raggiungono gradi più elevati di maturità spirituale le costrizioni dell’ordinario iniziano a stare strette, a non essere più sopportabili, a non bastare più.
Richard sentirà un nuovo impulso, quello di riappropriarsi di ciò che volutamente aveva tanto lottato per abbandonare, ormai conscio che il suo mondo è l’altra faccia della stessa medaglia.
Richard Mayhew è un uomo convinto, almeno nel suo inconscio, che la “realtà monotona” del quotidiano inizi a stargli stretta. C’è dell’insensatezza, della “lucida follia” in un alienante alternarsi di gesti ripetuti, volti sempre uguali e tratti di strada percorsi, ormai, senza farci più caso come trasportati da rotaie invisibili che ci conducono in luoghi, sempre, già visti. Al di là del romanzo, che rappresenta un bell’esempio di Weird fiction, in cui al Fantasy si annodano indissolubilmente schemi caratteristici di altri generi letterari: Horror, Cyberpunk, Fantascienza: il tema centrale è quello di una fuga dagli “spazi vuoti” che tendono ad inghiottire le personalità, rendendo uguale un individuo all’altro in modo ossessivo, annullando lentamente quella luce che brilla e che fa brillare le cose ed è caratteristica dell’innocenza, della fanciullezza, di coloro che come dice lo stesso Gaiman nella sua introduzione “sono caduti in disgrazia". Sono tanti i messaggi che si possono leggere tra le righe di questo romanzo: inizialmente Richard appare come “uomo qualunque” in preda agli eventi: Jessica, la fidanzata sceglie per lui, i suoi colleghi scelgono per lui, non è padrone della propria vita, non è libero.
La fiammella che arde nascosta, in Richard, viene alimentata dal rifiuto di Jessica nel vedere una realtà diversa dalla sua: “Ce l’ hanno tutti una casa” dice, riferendosi a Porta, al loro primo incontro, quando stava letteralmente trasportando Richard ad un incontro che non lo interessava minimamente, ma che avrebbe subito da spettatore come tutto fino a quel momento.
"Gli uomini hanno la tremenda facoltà di rendersi insensibili, per così dire, a proprio piacimento" Bertold Brecht “l’opera da tre soldi”.
Probabilmente davanti a questa, troppo palese, assuefazione e insensibilità, di Jessica, a tutto ciò che non è strettamente correlato al suo ego, si risveglia in Richard la padronanza di sé da cui  deriva il risveglio da un torpore che l’aveva lasciato per troppo tempo vittima e carnefice del suo spirito ormai annichilito dagli eventi, ora Richard diventa attore della sua vita e prende la sua decisione senza parlare, agisce e basta:"A volte, si rese conto, non hai alternative".
E tutto il “suo” mondo resta a guardare, ormai alle sue spalle, sotto forma di fidanzata impotente dinnanzi ad una scelta che và al di là della sua limitata visione. Ho la convinzione che l’incontro con Lady Porta non sia univoco, penso che il contributo maggiore nell’aver creato una spaccatura verso un’altra dimensione sia stato più opera di Richard che non di Porta, è lui che non si sente al suo posto, come verrà dimostrato negli accadimenti che lo vedranno “crescere” pagina dopo pagina, fino ad un rifiuto totale di quella “realtà” che non considera più "sua". Non è mia intenzione fare un’analisi approfondita della quantità di personaggi e avvenimenti che si susseguono: a volte linearmente, a volte marcando un intreccio dai colpi di scena imprevedibili e che si snodano come in un labirinto in cui ogni pagina è un passo verso l’uscita; l’uscita, la soluzione saranno chiare solo alla fine, il labirinto permette di evolvere e di crescere compiendo un numero sempre minore di errori perché Richard non ha una visione completa di ciò che lo attende, ma riesce a superare determinate “prove” grazie all’esperienza acquisita nel superamento delle precedenti.
Vorrei invece trasmettere al lettore, che si appresta ad affrontare questa opera, tutto il mio entusiasmo per aver avuto ancora una volta prova che il Fantasy sia privo di confini: è sterminato, quanto sterminata è la mente visionaria di chi ne aggiunge sempre un “pezzo”, basta chiudere gli occhi, a volte, per accendere la luce della fantasia… Gaiman ha dimostrato, la sua bravura nel saper “dosare” tutti quegli ingredienti che concorrono a fare di un Fantasy un ottimo Fantasy, lontano da quegli stereotipi che hanno additato un tipo di letteratura giovane, dinamica e sempre in continua evoluzione, come un qualcosa di prevedibile, mentre il fantasy di prevedibile non ha proprio nulla. Gaiman è dotato di un dono particolare nella descrizione dei luoghi e dei personaggi: riesce con poche pennellate, senza troppe sbavature, a rendere le situazioni piacevolmente scorrevoli, senza penalizzare la lettura e soprattutto l’attenzione del lettore. L’idea del romanzo non è, per contro, particolarmente innovativa: i temi che lo caratterizzano sono quelli della ricerca, del viaggio e della lotta tra bene e male. Non si riesce a distinguere chiaramente, però, da che parte stia il bene e da che parte stia il male, forse, a differenza della Londra “di sopra” la Londra “di sotto” potrebbe essere un luogo in cui bene e male, sacro e profano convivono senza le quotidiane ipocrisie che un “mondo in vetrina” generalmente tende a trasmettere. La Londra “di sotto” si nutre di tutto ciò che viene abbandonato all’oblio nella Londra “di sopra”: speranze infrante, sogni chiusi in cassetti dei quali ormai si sono perse le chiavi, luoghi appartenenti ormai ad un “altroquando” dimenticato.
"Le due Valdrade vivono l’una per l’altra guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano". Italo Calvino “Le città invisibili”.
Non dimentichiamo che l’uomo è una creatura relativamente giovane e che, conseguentemente, le leggi della società “umana” non sempre aderiscono a quelle di una natura adattatasi agli eventi grazie a miliardi di anni di evoluzione, o di creature regolate da leggi la cui provenienza si è ormai perduta negli albori del tempo: non vedo, quindi, nelle figure di Mister Croup e Mister Vandemar il male nel senso assoluto del termine: questa è la ragione per cui quasi tutti i racconti, anche i più neri, sono in fondo ottimisti circa la natura: "Perchè essi confermano che la complessità della vita umana è un argomento interessante, ed essi ritengono che il giorno in cui verranno letti, le loro virtù saranno apprezzate, i loro insegnamenti applicati".Richard Ford
Ognuno di noi ha in mano la chiave del cassetto dentro cui è racchiuso il desiderio per eccellenza, ma prima di poter materializzare il nostro desiderio dobbiamo avere la forza di trovare quel cassetto…a volte però il cassetto è talmente vicino da rischiare di non essere notato e non è detto che il nostro viaggio ci dia una seconda opportunità: quella che a Richard è stata concessa.